La cultura del diritto nell’epoca della globalizzazione.
L’emergere delle costituzioni civili.
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Gunther Teubner
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di Gunther Teubner .Roma: Armando Editore, 2005.
Ad una prima lettura, la raccolta dei saggi del giurista tedesco Gunther Teubner appare perfettamente in linea con lo Zeitgeist postmodernista. Finzioni giuridiche, modelli rizomatici, ambiguità semantiche, assenza di una meta-livello interpretativo e sostituzione delle gerarchie con una dialettica centro-periferia, differenze inconciliabili tra sistemi emergenti, relativizzazione dello Stato, globalizzazione, frantumazione del diritto: il glossario post-moderno percorre gli scritti di Teubner con una naturalezza degna del migliore Lyotard. Ma a differenza di tanta letteratura contemporanea, l’opera dell’autore tedesco non si pone come disegno normativo di un futuro reso presente dalle dinamiche economiche globali, né come legittimazione di uno status ormai quo. Teubner al contrario mostra gli specifici luoghi in cui il diritto è soggetto in maniera più evidente alle tendenze contemporanee, e si spinge fino a proporre modalità di depotenziamento rispetto a quegli aspetti della contemporaneità che spingono il diritto globale verso forme di giustizia feudali.
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Costituzioni civili.
La raccolta si compone di sei saggi, il cui filo conduttore è costituito dall’emergere di sistemi di governo in luoghi epistemologici situati oltre il campo classico del diritto, in sottosistemi sociali che, come entità autopoietiche inserite in un contesto comunicativo, generano e rigenerano autonomamente le proprie norme interne. E’ il caso della lex mercatoria, su cui l’autore si sofferma in particolar modo nel primo saggio, ma anche della lex labori e della lex sportiva internationalis, nonché della lex digitalis, della lex costrutionis, eccetera. Questi sistemi giuridici, secondo l’autore, sono già riconoscibili come autonomi assetti normativi generati, su scala globale, da sottosistemi impegnati nella propria auto-organizzazione, che si sono nel tempo espansi senza poter attendere un riconoscimento dalle tradizionali teorie stato-centriche del diritto. Il diritto della lex mercatoria, secondo Teubner, si caratterizza per un alto decentramento dei processi di giuridificazione politica e per una conseguente organizzazione delle fonti del diritto non più gerarchica, ma eterarchica.
“La lex mercatoria è [...] un diritto che include simultaneamente il sociale” . E in un contesto sociale altamente pluralizzato come quello delineato dai processi della globalizzazione, le differenze tra le logiche di un particolare sottosistema sociale ed il diritto, piuttosto che essere intese come incompatibilità paradossali, vanno indagate nell’ottica di un “accoppiamento strutturale” tra logiche diverse che si necessitano l’un l’altra. Ed è essenzialmente questa la soluzione teorica proposta da Teubner affinché quei “governi privati che posseggono in realtà un carattere fortemente pubblico” non finiscano a legiferare una “legge corrotta”. In estrema sintesi, la proposta di Teubner è il riconoscimento delle possibilità sociali di normazione a patto che esse siano generate alla periferia del sistema giuridico.
Questa idea è valsa a Teubner fama immediata negli ambienti accademici internazionali, in quanto portatrice di una via di fuga dallo stallo creatosi a causa di una tensione tra opzioni radicali: non riconoscere le “costituzioni civili” – lanciando il sistema del diritto in una collisione con sistemi sociali globali che hanno già sviluppato procedure di normazione molto avanzate; oppure “lasciar fare” alle forze endogene del sottosistema– frantumando ogni sua possibile legittimazione democratica. Ricondurre la propria genesi alla periferia del diritto significa, per un sistema sociale di produzione legislativa, “politicizzarsi, sottoporre i propri meccanismi interni al controllo e al dibattito pubblico”.
Tale prospettiva implica, quindi, non solo un “passaggio legittimante” tra le lande del diritto (o dei suoi linguaggi, codici e formati), ma una necessità di comunicazione tra gli attori che normano il sottosistema “lontano dallo Stato”. Una comunicazione trasparente, che consenta, attraverso la ”osservazione reciproca dei nodi”, la riformulazione delle norme civili nei termini dei diritti costituzionali. Una comunicazione inclusiva, ovvero dotata di quelle infrastrutture necessarie affinché una sfera pubblica globale possa emergere quale sistema fondante della legittimità delle pratiche civili di normazione.
Questione fondamentale della costituzionalizzazione dei regimi civili è quindi una “simultanea generalizzazione e ri-specificazione dei fenomeni costituzionali. Generalizzazione significa separare il concetto di costituzione da alcune particolarità del sistema politico e, in particolare, degli apparati dello Stato”. La ri-specificazione consiste d’altro canto nel “ripensamento delle istituzioni costituzionali” sulla base delle “specificità del sottosistema, [del]le sue particolari operazioni, media, codici e programmi” . I principi fondamentali di ogni sottosistema andranno quindi rintracciati presso la periferia del diritto, ossia là dove sono stati generati in secoli di teoria e lotta democratica, ma il loro apparato implementativo dovrà costituirsi seguendo le logiche peculiari di quel sottosistema.
Il messaggio di Teubner è dunque che esiste un diritto che non è diritto pubblico riconducibile allo Stato, né è diritto privato fondato sull’individuo. Tale diritto si configura nella dualità costituzionale che prevede “una produzione organizzata di norme nei sottosistemi sociali che si collocano alla periferia del diritto e una produzione spontanea di norme al centro del diritto stesso” . La condizione affinché un siffatto processo risulti nel tempo essenzialmente democratico risiede nello “sviluppo di controlli reciproci tra la sfera spontanea e quella organizzata”. Una condizione, per inciso, su cui lo stesso autore pone poche speranze.
Il modello teubneriano, come già osservato, risulta particolarmente utile ad aprire un varco intellettuale verso un approccio positivo alla realtà della globalizzazione. Il suo significato più propriamente politico è quello dell’urgenza di una tematizzazione delle dinamiche tipiche di processi normativi già largamente evoluti. Ciò che lascia nel dubbio è il tentativo dell’autore di rintracciare in alcuni sistemi internazionali di soft law embrioni di costituzioni civili. Il quinto paragrafo del quinto saggio di Teubner è intitolato “Le caratteristiche fondamentali delle costituzioni civili. L’esempio della costituzione digitale.” In sintesi le caratteristiche descritte dall’autore sono le seguenti:
1- Accoppiamento strutturale tra sottosistemi e diritto.
2- Gerarchia delle norme
3- Revisione giudiziaria delle norme
4- Costituzione duale del settore organizzato e spontaneo.
E’ evidente che, secondo il suo modello, il sistema della lex digitalis è approssimativamente il sistema meno adatto a dare vita ad una costituzione civile – e quindi quello più incline a istituzionalizzarsi come legge corrotta. L’accoppiamento strutturale, infatti, è rintracciabile soltanto nella tutela della proprietà privata, sia sulla superficie del cyberspazio (il web, il p2p), sia nelle sue aree strutturali ed infrastrutturali (personal computer, sistemi di telecomunicazione, protocolli). Altri principi democratici, come l’autodeterminazione, il diritto all’opposizione, la partecipazione estesa, vengono largamente negati con espedienti tecnici ed architetturali. Eppure, Teubner afferma: “Dal punto di vista politico il punto non è tanto, come pensano Lessig e altri, quello di contrastare lo sviluppo di un cybercorporativismo, quanto quello di stabilizzare e garantire istituzionalmente la stessa differenza spontaneo/organizzato”. Ciò che sfugge a Teubner, ma che d’altra parte nemmeno Lessig teorizza, è che il sistema della lex digitalis ha già una sua propria gerarchia delle norme – tutt’altro che eterarchica. Gli spazi cibernetici infatti sono generati da strutture ed infrastrutture altamente normate che, come le “norme secondarie” di cui parla Herbert Hart, “producono il diritto” nel cui contesto a loro volta sono prodotte le norme primarie, che regolano la condotta. Il problema fondamentale, nel caso della lex digitalis, è quindi un mal compresa gerarchia delle fonti, che inficia anche i processi simultanei di generalizzazione e ri-specificazione. Nelle aree strutturali ed infrastrutturali, il cyberspazio prevede l’assenza totale del settore spontaneo, essendo normato da un esiguo numero di agenti sociali organizzati. Inoltre, è proprio l’accoppiamento strutturale del sistema Internet con il diritto – si pensi alla tutela fornita dagli stati nazionali al copyright sui codici che governano i nostri computer - che ne pregiudica le capacità di una comunicazione trasparente e partecipata, condizione affinché i nodi si osservino reciprocamente e creino un ambiente adattivo autonomo. Il cyberspazio a cui fa riferimento Teubner è il web, la superficie di Internet, con i suoi contenuti in movimento che ledono i diritti di proprietà. Strutture ed infrastrutture delle reti non sono tematizzate dall’autore, che in ciò è accomunato a molti giuristi (ma anche sociologi ed economisti) che prendono il ciberspazio come una di quelle “black blox” ormai a-problematiche di cui parla Bruno Latour in “La Scienza in Azione”. Tale mancanza non gli consente di rintracciare proprio quei processi societari di normazione e quei regimi privati più avanzati e potenti della lex digitalis.
Aldilà delle questioni di merito, è possibile muovere,a mio avviso, anche alcune osservazioni alla cornice teorica complessiva del giurista tedesco.
Teubner apre il suo secondo saggio con una critica, piuttosto frettolosa, all’impianto concettuale della world system analysis. “Occorre anzitutto abbandonare l’errata interpretazione delle “economie globali” proposta da Wallerstein, secondo cui l’affermarsi della società mondiale deriverebbe in buona sostanza da un processo economico. Dobbiamo invece prendere sul serio i processi autonomi di globalizzazione che hanno origine nelle diverse sfere sociali in parallelo alla globalizzazione economica.” Indicare Wallerstein quale esempio di riduzionismo politico-economico per dissertare del concetto, supposto antitetico, di globalizzazione policentrica, è a mio avviso una mossa poco fruttuosa all’indagine che Teubner si prefigge. Innanzitutto perché la prospettiva della world system analysis ha prodotto o comunque ispirato lavori interessanti anche su un livello di analisi “micro”, che hanno arricchito in flessibilità ed adattabilità il modello originario di Wallerstein e Hopkins. Lavori ai quali non si può non far riferimento se si vuole davvero tracciare un modello di analisi utile a descrivere ed interpretare la costituzionalizzazione dei regimi privati globali. Lo scontro con Wallerstein, fugace quanto ricercato –quasi a chiamare un’appartenenza a quel post-modernismo più entusiasta, tradendo così per un istante la funzione epistemologica del suo stesso modello - non tiene conto che nel rintracciare i soggetti normanti, i loro campi autonomi di normazione, l’assetto delle forze relative, la qualità del potere che si esercita su quei meccanismi da sottoporre a pubblico giudizio, il lavoro di Wallerstein e di coloro che ne sono stati influenzati e diretti è imprescindibile. Se l’etichetta di “riduzionismo politico-economico” per la world system analysis appare una forzatura (e nel caso di un approccio critico equivale a quella di “vetero-marxista”), una domanda non posta risuona tra le pagine teubneriane: “Come mai, in tutti i casi analizzati, tra le parti in contenzioso è sempre presente una grande organizzazione economica con relazioni multinazionali?”.
Il conflitto d’interpretazione, a mio parere, è un limite alla ricerca in quanto, piuttosto che riguardare gli obiettivi ed i temi dell’analisi, si origina sul piano degli assunti (proprio laddove la logica dell’abbandono di una prospettiva è la meno produttiva). In sintesi, la prospettiva wallersteiniana parte dall’assunto, ereditato da Fernand Braudel, che l’agire collettivo umano non avviene in sfere autonome e separate con logiche specifiche, una politica, una economica e una socio-culturale. Ciò appare a Teubner un paradosso, che risolve rintracciando una tendenza ad assolutizzare le dinamiche politiche ed economiche a scapito di quelle sociali e culturali. Parafrasando le sue argomentazioni, mi sembra possibile risolvere il paradosso in modalità più creative. E’ possibile e necessario infatti indagare le logiche comuni dell’agire collettivo umano in determinati sistemi mondo passando attraverso l’analisi degli “ipercicli comunicativi” che si cristallizzano in istituzioni e sistemi giuridici relativamente autonomi (autopoietici, non autarchici) che sono vincolati alle logiche fondamentali del sistema in maniera duale: sia in ingresso (essendo inevitabilmente pervasi da tali logiche), sia in uscita (producendo, ad esempio, quelle tendenze espansive dei sottosistemi che lo stesso Teubner individua come deleterie per la democrazia ed il pluralismo).
In conclusione, ritengo che la “de-paradossizzazione” tra gli assunti di Teubner e quelli di Wallerstein costituisca una portentosa via per l’indagine dei fenomeni della globalizzazione e dei processi normativi contemporanei, sia che essi intervengano nelle relazioni commerciali internazionali, sia che stabiliscano una costituzione cibernetica.
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